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Artista come Funambolo
L’ARTE DI COLMARE ED ILLUMINARE IL VUOTO

A cura del Dott. Paolo Iosco (da Wealth Planet Magazine di Agosto 2010)

Eravamo al corso di Fenomenologia delle Arti Contemporanee, con Fen che prendeva appunti sul mio libro di P. Petit “Trattato di funambolismo”, una sorta di poesia della folle scienza del filo. Folle perché forse lontana dagli affanni della vita “a terra”; Fen studente di Taiwan ancorava parole cinesi a frasi italiane per comprenderne il significato. Philippe Petit è un funambolo di fama mondiale, che ha attraversato su un filo la distanza tra le guglie di Notre Dame, tra le torri gemelle del World Trade Center, ha teso il suo cavo tra i piloni a nord dell’Harbour Bridge, il più grande ponte ad archi del mondo a Sidney.

Dopo la traversata del World Trade Center nel 1974, ha attraversato le grandi cascate di Paterson, New Jersey, è apparso in televisione per la traversata tra le guglie della Cattedrale di Laon in Francia, e ha attraversato anche il Superdome a New Orleans davanti a 80000 persone. I discorsi erano tutt’altro che semplici, in equilibrio tra il propriamente detto e la metafora, la parola trasportata per dare maggior risalto e vivezza al discorso, elegante ed efficace nel trasferire la figura del funambolo a quella dell’artista.

Il funambolo sul cavo deve continuamente saggiare il suo equilibrio, questo deve semplicemente permettere all’artista di non cadere, di non rimanere sul filo dell’opera; l’opera concepita come cavo teso su un baratro che saggia il vuoto, occupa lo spazio, include zone vuote ed occupa volumi. Il cavo è un prolungamento dell’artista, che partendo dalla sua anima deve giungere fino ad una forma che altri non riescono a vedere o percepire. Ogni artista deve fare i conti con un vuoto, con un’assenza, e mentre sul filo cerca di stare in equilibrio nel medesimo istante moltiplica la sua presunzione, dettata più dalla vanità che dalle certezze.

Coloro che cercano di eseguire particolari esercizi di destrezza, pittorica, scultoria, letteraria devono sottostare ad un cavo che chiede una vocazione alimentata dal dolore, rinuncia e disciplina. Un’opera d’arte veramente tale, deve restituire allo spettatore qualcosa dell’intensità che l’artista ha posto dentro nel momento della sua creazione, maggiore è l’intensità e l’intenzione che l’artista ha riposto più potente sarà l’effetto che avrà sullo spettatore quell’opera. Se ciò fosse vero allora l’intensità profusa dall’artista nel realizzare la sua opera dovrebbe assomigliare al coraggio con il quale il funambolo affronta il suo filo, creando su di esso figure sempre più complesse per stupire il suo pubblico ma soprattutto per stupire se stesso.


Rosario Rosafio - Il Funambolo

Come scriveva Genet nel suo libro “Il Funambolo”…...il funambolo sta sul filo pallido, livido, ansioso di piacere o non piacere alla sua immagine, ebbene sarà la sua immagine a danzare per lui….; questa è una danza estatica che ha qualcosa a vedere con lo zen, con l’immagine ideale, per cui dovrebbe essere sufficiente chiudere gli occhi e concentrarsi davanti a se per vederla nella sua perfezione. Tra le due azioni artistiche, sia quella reale di compiere una traversata su un filo molto alto da terra oppure attraversare metaforicamente nell’im-mortalità del corpo spazi artistici altrettanto seducenti, c’è un interscambio molto interessante. La pericolosità reale della traversata alla fine lascia impressioni molto vivide, nel funambolo si fa strada la coscienza di una qualità estetica della traversata carica si rischio, gli spettatori con il fiato sospeso sono in preda ad intense emozioni, mentre la traversata compiuta dall’artista lascia dietro di se un’opera, unita quasi incarnata con la necessità, l’urgenza di lasciare traccia.

L’artista deve fare in modo che le sue immagini danzino per lui , in modo simbolico; egli non ha a che fare proprio con l’immagine di se, ma con la loro trasposizione, con le idee, in quanto è una proliferazione di immagini mentali che devono svilupparsi , delinearsi e dilatarsi sul foglio, sulla tela o altrove. L’artista trasporta la forma immaginaria su una superficie, traducendo un’immagine mentale in qualcosa di palpabile, quindi figure come quelle del funambolo. Figure dell’estasi, ovvero immagini create da un uomo che in quel momento è sollevato da terra e situato altrove in un luogo ideale, che può essere il vuoto dell’aria, della tela o del foglio di carta…

L’artista fuori di se in un dato momento sarà in estasi, fuori di se per dar luogo ad una creazione che per essere veramente tale deve avere un rischio veramente reale, rischio di compiere un errore, che è prima di tutto mancata coincidenza con l’immagine che si voleva creare, rischio mortale in un caso, rischio formale nell’altro. Phelippe Petit gioca con la vita, con il cielo lungamente adorato, con il grasso che sparge sul filo per tenerlo sempre in vita, con le nostre paure che hanno il potere di tenerci ancorati al terreno. Lui ha vinto la paura. Io ho letto il libro di Petit in un momento particolare e mi sono sentito avvolto , incoraggiato, quasi forzato a riflettere sulle mie paure, per riuscire con un sorriso a capire che sono io a nutrirle., e che le stesse energie posso dedicarle a nutrire il mio filo; che una volta teso mi renderà un’anima lieve e libera, ed osare in un percorso artistico.

PHELIPPE PETIT: “TRATTATO DI FUNAMBOLISMO”


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17.08.10